Presentazione rinviata!

febbraio 4th, 2012 § 0

Cari tutti, per difficoltà di spostamento e di organizzazione dovute alle condizioni meteo la presentazione di MACCHINA SUPREMA in previsione per sabato 4 è stata annullata. RIMANDIAMO L’APPUNTAMENTO A SABATO 25 FEBBRAIO, ORE 17.30, LIBRERIA GIUNTI!!! Barbablù e Libreria Giunti si scusano e vi aspettano a fine febbraio!

Macchina Suprema, presentazione e incontro con gli autori

gennaio 25th, 2012 § 0

Sabato 4 febbraio alle ore 17.30 presso la Libreria GIUNTI Al Punto in Piazza Giovanni Paolo II, 1/2 – Cesena Gianluca Costantini e Giovanni Barbieri presentano il libro “Macchina Suprema”. Moderatrice dell’incontro, Elettra Stamboulis.  In collaborazione con Barbablù Associazione culturale.


Macchina Suprema, un moderno mystery play a fumetti

A volte i libri hanno storie editoriali più avventurose e complicate di quelle che raccontano. La gestazione di Macchina Suprema ha tratti di assoluta bizzarria. Inizia oltre dieci anni fa da una ventina di tavole dell’artista Gianluca Costantini, a quel tempo talento emergente dallo stile fortemente decorativo. In quelle tavole, disegnate per istinto e senza una meta precisa, Costantini chiede a Giovanni Barbieri, l’amico sceneggiatore a quel tempo alle prese con gli eroi da edicola, di trovare un filo narrativo. Gianluca vuole cimentarsi in un romanzo grafico di largo respiro e chiede a Giovanni di idearlo a partire da quelle tavole. Nasce così il primo capitolo di Macchina Suprema.

Macchina Suprema, tavola di Gianluca Costantini.

Sottoposto a editori italiani e francesi, il progetto si guadagna l’appellativo di “suicidio editoriale”, diventando per questo, agli occhi dei suoi estimatori, un cult immediato. Qualche anno dopo, è la rivista Inguine a pubblicarlo a puntate. Ma Gianluca ha nel frattempo cambiato stile e Giovanni è stato rapito da uno studio multimediale. L’avventura di Macchina Suprema sembra finita.

Macchina Suprema, tavola di SQUAZ

Molti anni dopo, però, il fantasma del libro continua ad agitare i suoi padri. Nasce l’idea di concluderlo, chiamando alle matite Pasquale “Squaz” Todisco, fra gli autori del recente Le 5 fasi per Edizioni BD, e Armin Barducci, di cui GIUDA Edizioni ha da poco pubblicato ETAKAN API.

Costantini, Squaz e Barducci, tre autori diversissimi tra loro, mettono il loro segno al servizio di una vicenda in cui si esplora proprio la ricerca del significato e del senso nei segni e nelle cose, in una rilettura psicanalitica dei mystery play medievali. Scandita dai tre fondamentali stati della Macchina Suprema – Progettazione, Costruzione, Funzionamento – la vicenda, sospesa in atmosfere bizantine fin-de-siècle, si snoda in una sorta di feuilleton metafisico che, fra teatrali colpi di scena e visioni mistiche, sprofonda nella follia e in una beffarda ambiguità.

Macchina Suprema, tavola di Armin Barducci

Introdotto da Massimo Galletti e con una postfazione di Elettra Stamboulis, il volume è impreziosito da un’illustrazione di Ausonia, che stilizza con grande maestria il cuore dell’opera in un’unica immagine.

Macchina Suprema su Vice Magazine (recensione di Michele R. Serra)

gennaio 13th, 2012 § 0

L’AMMUCCHIATA DI FUMETTI DI MICHELE

Di Michele R. Serra

[...] Anche questa è una storia collettiva: wow, tutti i disegnatori del mondo stanno sfanculando l’individualismo. Comunque.
Personalmente non amo i libri che sembrano voler gridare al mondo il loro esser prodotto “d’autore”, ma in questo caso è dura dar torto a tre dei migliori illustratori italiani: Armin Barducci disegna alla Genndy Tartakosvky (ma solo queste pagine), Squaz alla underground americano, Gianluca Costantini alla… boh, è un indefinibile incrocio fra Mark Beyer, Grosz, Marinetti e un sacco di altra roba. Sono tre mostri, e non stupisce che il racconto trovi senso grazie al loro lavoro soprattutto. Poi la confezione è pregiatissima per cura grafica, qualità della carta e della stampa, come sempre quando si parla di Giuda Edizioni. Zero menate tipo “siamo piccoli, abbiamo pochi soldi, quindi abbiamo deciso di stampare sulla carta igienica”. Fossimo negli Stati Uniti, questo libro sarebbe già finito sulle pagine culturali del Village Voice, e i suoi autori starebbero facendo sesso con groupie di entrambi i sessi in un elegante loft di Williamsburg (forse è una visione un po’ provinciale delle cose, ma lasciatemi le mie illusioni).

L’incontro a Firenze su Campana

gennaio 11th, 2012 § 0

Alcune immagini tratte dall’incontro di presentazione del volume Campana di Simone Lucciola e Rocco Lombardi  che si è svolto a Firenze lo scorso 21 dicembre a FIRENZE  presso la Libreria La Citè. 

Lo scorso 28 dicembre è inoltre apparso su ”Libero” la recensione di Giordano Tedoldi a “Lettere di un povero diavolo” – carteggio campaniano a cura di Gabriel Cacho Millet – e cita anche il nostro “Campana” pubblicando l’illustrazione di copertina.

Tracciamenti, sewing patterns

dicembre 16th, 2011 § 1

Le illustrazioni di TRACCIAMENTI pubblicate sia nel secondo  che terzo volume di G.I.U.D.A. sono sorprendenti modelli di sartoria. Modelli di abiti che suggeriscono la fragilità dei corpi. L’intreccio delle linee che costruisce il disegno rivela evocandolo ciò che è assente.

Di Tracciamenti sono disponibili stampe in edizione limitata su POP LIFE SHOP.

Inoltre in questi giorni presso Spazio Meme di Carpi è possibile acquistare una serie di cartoline in edizione speciale.

Etakan Api, LIETI MOMENTI DI NONSENSE

dicembre 14th, 2011 § 0

Armin Barducci è autore ciclotimico, anticarino, stilisticamente quadripolare e caparbiamente impegnato a giocare allegramente con il linguaggio del fumetto. In Etakan Api The Evergreen Hunter attraverso episodi insoliti e divertenti costruisce un metafumetto che svela  i meccanismi del racconto per immagini, si prende gioco dei personaggi protagonisti della storia creando il remake del fumetto all’interno del fumetto stesso, spiazzando il lettore con momenti di puro nonsense. Il tutto senza disegnare alcunchè.

 

DAVID DOUGLAS, botanico ed eploratore – 2a parte

dicembre 7th, 2011 § 0

Dopo l’esplorazione della Costa Est del Nord America, nel secondo viaggio, David Douglas supera capo Nord per dirigersi sulla costa Occidentale del Nord America. Risalendo il fiume Columbia oltrepasserà le Montagne Rocciose per raggiungere Fort York, stazione della Hudson Bay Company.

DAVID DOUGLAS 1799-1834
Northwest Coast of North America and return via Hudson Bay
Cartografia basata su  Map of the Missouri di Collot e Tardieau, 1796

DavidDouglas-West2

DOWNLOAD PDF (formato A3 – 4Mb circa)


davidDouglasIl viaggio di Douglas per il Nord America inizia il 26 luglio 1824. Si imbarca da Gravesend (1) sul William and Ann, nave della Hudson Bay Company. Il viaggio seguì quella che era ormai diventata una rotta commerciale sperimentata. Primo porto di scalo è Madeira (2). Qui Douglas scala il Pico Ruvio de Santana e sebbene questo svetti solamente 1861 metri sopra il livello del mare, sarà quella la prima di numerose ascensioni. Capo Horn è doppiato il 16 novembre 1824 (3). Raggiungono le Isole Juan Fernandez al largo della costa cilena (4) e nel gennaio 1825 approda alle Galapagos (5). Dopo 4 settimane è alla foce del fiume Columbia (6) dove però a causa di una tempesta è costretto ad attendere altre 6 settimane prima che la nave possa avvicinarsi alla costa per attraccare.mappaMondo

L’11 aprile 1825 la nave risale il fiume Columbia fino a Fort George (7) stazione della Hudson Bay Company. Dopo alcune settimane di brevi esplorazioni nei dintorni Douglas inizia ad avventurarsi più lontano, lungo il corso dei fiumi Columbia (8) e Multnomah. A settembre oltrepassa le montagne Cascade (10) raggiungendo le piane aride dell’odierno Idaho. Resta sulla costa a Fort Vancouver (9) fino a Marzo 1826, quando inizia la seconda spedizione lungo il fiume Columbia, verso le Montagne Blu (11). Risale da solo vette oltre i 2000 metri.  Accompagnato da guide locali, si guadagna il rispetto degli indiani che lo chiamano “Uomo che cammina e raccoglie erba”.  
Rientra a fine agosto dopo aver percorso circa 800 miglia della Columbia Valley in 12 giorni. È durante questa spedizione che raccoglie i semi di quello che oggi è noto come Abete di Douglas.

Il 20 marzo 1827 Douglas intraprende il viaggio di ritorno via terra, assieme ai funzionari della Hudson Bay Company,  destinazione l’agenzia di York. Lungo il fiume Columbia raggiunge in barca Fort Colville (12), nella parte occidentale delle Montagne Rocciose.  Il 29 aprile essendo ormai quasi in cima al passo, Douglas decide per una deviazione (13) e parte da solo per scalare il picco più alto nelle vicinanze. Il prezzo che Douglas pagherà per questa impresa personale è l’aggravarsi dei problemi agli occhi dovuti al riverbero della neve e un ulteriore indebolimento delle condizioni generali di salute. A maggio il gruppo raggiunge la parte orientale delle Montagne Rocciose a Jasper (14). Ora è possibile viaggiare attraverso il fiume Athabasca nelle canoe di betulla per circa 200 miglia fino a Fort Assiniboine (15). Poi una marcia di 100 miglia li porta a Fort Edmonton (16) dove il fiume Saskatchewan rappresenta la via diretta verso est, fino all’agenzia di Fort York. Douglas vi giunge alla fine di agosto (17). Negli ultimi due anni ha perscorso 10.000 miglia.
Dopo 4 settimane di viaggio l’11 ottobre 1827 Douglas raggiunge Londra.

Campana: presentazioni a Bologna e Firenze.

dicembre 1st, 2011 § 0

Le presentazione al pubblico del volume CAMPANA di Simone Lucciola e Rocco Lombardi si terranno a Bologna, lunedì 19 dicembre alle ore 21 presso Libreria Modo Info Shop, in via Mascarella. A Firenze, martedi 20 dicembre alle ore 18 presso la Libreria La Cité, in Borgo San Frediano.

La scelta delle città per le prime 2 presentazioni del volume non è affatto casuale.
A Bologna Dino Campana frequentò l’Alma Mater e numerosi sono gli episodi del periodo bolognese illustrati da Lucciola e Lombardi nel volume.

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Campana - Tavola di Rocco Lombardi


Pag. 14: la “bravata della sedia”, così come è ricordata da Federico Ravagli (1889-
1968), compagno di Università di Campana a Bologna: “Una sera, di ritorno dall’Eden,
passammo accanto alla geometria dei tavoli che il caffè dell’Arena teneva
allineati in bell’ordine in piazza Garibaldi. Campana, senza dir parola, prese una
sedia: e continuando la strada con noi, imperturbabile e sordo ai nostri allegri
richiami, se la portò fino in piazza Nettuno, dove, tra le matte risate dei curiosi, la
issò sul Gigante”.

Pag. 14: la “bravata della sedia”, così come è ricordata da Federico Ravagli (1889-1968), compagno di Università di Campana a Bologna: “Una sera, di ritorno dall’Eden, passammo accanto alla geometria dei tavoli che il caffè dell’Arena teneva allineati in bell’ordine in piazza Garibaldi. Campana,  senza dir parola, prese una sedia: e continuando la strada con noi, imperturbabile e sordo ai nostri allegri richiami, se la portò fino in piazza Nettuno, dove, tra le  matte risate dei curiosi, la issò sul Gigante”.

A Firenze, Campana si reca spesso, incontra gli esponenti della cultura per proporre la pubblicazione dei Canti Orfici. La città è anche il soggetto di numerose liriche del poeta. Senza dubbio è la turbolenta relazione che il poeta ebbe con Soffici e Papini ad essere una delle vicende biografiche di maggior interesse.

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Campana - Tavola di Simone Lucciola

Pag. 25: i due conniventi della polizia marconiana sono i  futuristi Giovanni Papini (1881-1956) e Ardengo Soffici, co-fondatori della rivista  fiorentina “Lacerba” (1913- 1915). Papini, come è noto, passò un manoscritto  originale di Campana a Soffici, che si rese colpevole del suo “smarrimento”, ragion per  cui Campana minacciò Papini di morte e continuò a inveire contro di lui e Soffici anche  dal manicomio. I testi sono tratti da una lettera di Campana al critico Emilio Cecchi (1884-1966), datata 13 marzo 1916, e da un’altra epistola indirizzata dal  poeta allo stesso Papini e datata 23 gennaio 1916. Il manoscritto dato per perso e  intitolato Il più lungo giorno – che Campana aveva ricostruito a memoria (sempre secondo  la leggenda) e pubblicato a sue spese col titolo di Canti Orfici – fu rinvenuto nel 1971 tra le carte di Soffici.

HO CHUNK NATION 1634

novembre 24th, 2011 Commenti disabilitati

Mappa inserita nella bandella del terzo volume di G.I.U.D.A.

Il primo europeo lo incontrammo nel 1634. Si chiamava Jean Nicolet. Arrivò accompagnato da guide della tribù degli Uroni,  dopo un lungo viaggio in canoa, iniziato risalendo il fiume Ottawa, attraverso il lago Nipissing. Sull’isola di Manitoulin quelli della tribù Ottawa gli parlarono di noi. Dissero del popolo che abitava al di là del grande lago Michigan, sulla riva ovest, e parlava una lingua diversa. Noi eravamo forti e avevamo molti guerrieri e tutti gli altri ci chiamavano Winnebago.
Nicolet cercava il passaggio a Ovest per raggiungere l’Oriente. Diceva di poter approdare in Cina. Accompagnato dalle guide, il francese arrivò nel nostro villaggio vestito con un abito di seta rosso sgargiante e con  due pistole pronte a far fuoco per impressionarci. Noi lo trattammo con riguardo come si usa con gli stranieri. Ed egli imparò il nome del nostro popolo: Ho-Chunk, che significa “gli uomini dalla voce tonante”

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Il primo europeo lo incontrammo nel 1634. Si chiamava Jean Nicolet. Arrivò accompagnato da guide della tribù degli Uroni,  dopo un lungo viaggio in canoa, iniziato risalendo il fiume Ottawa, attraverso il lago Nipissing. Sull’isola di Manitoulin quelli della tribù Ottawa gli parlarono di noi. Dissero del popolo che abitava al di là del grande lago Michigan, sulla riva ovest, e parlava una lingua diversa. Noi eravamo forti e avevamo molti guerrieri e tutti gli altri ci chiamavano Winnebago.

Nicolet cercava il passaggio a Ovest per raggiungere l’Oriente. Diceva di poter approdare in Cina. Accompagnato dalle guide, il francese arrivò nel nostro villaggio vestito con un abito di seta rosso sgargiante e con  due pistole pronte a far fuoco per impressionarci. Noi lo trattammo con riguardo come si usa con gli stranieri. Ed egli imparò il nome del nostro popolo: Ho-Chunk, che significa “gli uomini dalla voce tonante”.

Preferirei di no / I would prefer not to

novembre 23rd, 2011 § 0

Pubblichiamo e condividiamo  l’intervento che Elettra Stamboulis di Associazione Culturale Mirada ha scritto a sostegno dell’esperienza culturale e politica che Bartleby sta sostenendo nella città di Bologna e che in questi giorni il Sindaco e l’Università di Bologna preferiscono o ignorare o disperdere. GIUDA edizioni “preferirebbe di no”.

“Preferirei di no”: questa è la risposta che Bartleby lo scrivano dà al suo principale. Nel racconto di Melville il personaggio del copista rimane irrimediabilmente sconcertante per chi guarda le cose con gli occhiali della “normalità”: eppure, in tutto il racconto è lui il personaggio con il quale ci sentiamo più vicini, per il quale proviamo empatia.

“Preferirei di no”, questa è la prima frase che mi viene da dire al signor Merola, sindaco di Bologna, che non vuole trovare una soluzione per i “cattivi” dello spazio occupato “Bartleby” di Bologna. Non vorrei neanche elencare le numerose ragioni per le quali “preferirei di no”. Mi sembrano talmente visibili, esplicite, come lo erano probabilmente per lo scrivano di Melville; ma forse non tutti le vedono e le percepiscono con la stessa chiarezza, sicuramente non il signor Merola e i suoi sostenitori in Municipio, che trattano la cosa come se fosse una nota in classe, una questione che riguarda ragazzini impertinenti.

Lo spazio occupato di via S. Petronio vecchio si chiama Bartleby, non lotta dura senza paura, spazio senza confini, pugno chiuso, a muso duro. È sempre indicativo la scelta del nome del proprio figlio/a. L’avere scelto il titolo di un racconto capolavoro della letteratura americana denota il carattere assolutamente innovativo culturalmente di questo spazio, che ha connotazioni chiaramente politiche, ma che trova il proprio cuore nel fare culturale. Mi chiedo quanto spende il Comune per promuovere la cultura tra i giovani e giovanissimi, attivare percorsi partecipati, promuovere interessi che esulino dalla devianza e così via. Curioso che uno spazio che impegna giornalmente proprio giovani che fanno da sé tutto questo, senza oneri, utilizzando il proprio tempo in quello che altrove si vuole attivare artificialmente, sia considerato “brutto e cattivo”. Certo, perché va bene fare cultura, ma non bisogna dissentire. Una strana idea di cultura questa, che ricorda altri tempi, che appunto non vede nel dissenso lo spazio fisico necessario alla produzione culturale, ma solo un ostacolo da rimuovere.

Se dunque gli scrivani preferiscono non cooperare con la finanza internazionale, preferiscono non usufruire di una cultura imbavagliata ma farsela da sé, preferiscono non stare a guardare ma fare, se dunque questi giovani scrivani vogliono un altro spazio libero non devono discutere con il Comune, perché nella pagella che il maestro Merola ha redatto dei cattivi ragazzi che occupano senza permesso essi sono inclusi. Ho già sentito questo odore in passato. L’odore di chi la cultura la considera un’ancella del proprio simbolo e che la presenta ufficialmente nelle inaugurazioni galanti, basta che non parli, basta che non abbia opinioni. Chi fa cultura deve essere un “commesso del gruppo dominante”.

Certo, occupare uno spazio abbandonato da tempo, in disuso, in pieno centro, per renderlo di nuovo uno spazio aperto a tutti con concerti, proiezioni, dibattiti è una cosa disdicevole. E se anche sono stati diversi i collettivi che hanno promosso questa disdicevole azione, per la quale è stato necessario impegnare le forze di polizia alle sei della mattina per sgomberare i riottosi spostati a peso mentre cantavano (non si fa, non si fa!), bisognerà trovare un singolo colpevole, che possa espiare e dimostrare con un esempio duro che questo tipo di azioni non sono permesse. Va bene se succedono in altri Paesi, ma a Bologna, no.

Ecco, preferirei di no, signor Merola. Preferirei che lei non desse le pagelle, ma facesse il sindaco. Incontrasse i giovani che occupano, anche se non sono sue fotocopie. Preferirei di no, signor Merola, che non usasse il vecchio metodo del divide et impera, ma quello più nuovo dell’ascolto e della negoziazione.

Preferirei di no, signor Merola, di non dover scrivere queste evidenti banalità per difendere uno spazio libero, aperto, plurale e vivo, nel quale forse dovreste andare più spesso per smettere di parlare dei giovani, ma parlare con alcuni giovani.

Una città non è la somma delle sue botteghe: non sono quelle che compongono la sua fragile anima, ma la qualità e il numero degli spazi liberi, inutili, senza scopo di lucro, in cui le persone si incontrano e vivono un pezzetto di sogno. Preferirei che non chiudeste il Bartleby, signor Merola, anche se tale richiesta le può sembrare surreale, preferisco l’anima.

Elettra Stamboulis (per Associazione Mirada – Ravenna)